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Diario
5 maggio 2012
"io non gioco se perde qualcuno/io non chiudo la porta a nessuno, ma tu(?)" (a.s.)
Elezioni Comunali 2012. Otto mesi dopo le Elezioni Comunali 2011. Città: Nonfi.
Le elezioni sono un momento importante: il popolo decide, si attiva, si espone, e - volendo - sogna e progetta; si lamenta più del solito, come in una sorta di ora d'aria carceraria; critica in un brusio collettivo l'altra parte di popolo, di una sfumatura di colore diversa. Riempie le piazze di sé e di carta, con nel mezzo sempre il 25 aprile (scende metà popolo) e il 1° maggio (scende sempre la stessa metà di popolo) a far ulteriore mambassa.
Anche individualmente il periodo elettorale ha una valenza: il singolo - se candidato - diventa una persona migliore. Questo non vuol dire che prima della chiusura delle liste sia stato un delinquente e malfattore, ma un odor di santità viene preso in lising per trenta giorni circa. Ha tante idee per la comunità (acqua-aria-terra per tutti), ha tanti sorrisi, tanti spicci per il caffè, numeri di telefono che si confondono e si intersecano, le mani stanche a furia di fare "ciao ciao" le tasche piene di proprie mini-foto. E se il singolo non è candidato, allora ha: tante mini-foto nelle tasche, una gastrite di passaggio per i troppi caffè, una DIA da far approvare e una partita di calcio da andare a vedere con accredito. Si sente importante, ché in tanti si sbracciano per salutarlo e il telefono squilla e squilla; si sente furbo per le piccole bugie che dice e per le poche verità che ammette; a tratti sofferma a riflettere su un Mondo Migliore, ma il pensiero portante è "cosa indosserò per andare a votare?".
Popolo e singolo, non una mera somma.
Mi piace il periodo elettorale, perché colleziono santini, sacri e laici (quindi anche le mini-foto); perché mi sembra di essere sempre sul punto di vedere qualcosa di diverso, di più bello, anche se non mi chiedo cosa e sono consapevole che chissà; perché mi sento leale con la Mia Città, mi ci sento "amica", tra me e me le dico: "chi vince vince, guarda che la differenziata continuerò a farla, mi arrabbierò con chi si ferma al posto disabili e pulirò le aiuole, stai tranquilla, eh. Sai che io ti voglio bene, e grazie per essere piana, altrimenti con 'sta bici...". Ancora: durante il periodo elettorale mi sento buona. Sì, perché so che con il mio voto (e tanti voti uguali al mio), cambierò la vita di qualcuno. Sì sì, il mio voto (assieme a tanti voti uguali, se tutto va bene) darà gioia e forse una vita migliore a una persona. Una e una sola persona - grazie a me - potrebbe essere felice. L'Eletto. Mica poco.
da ricordare: con il tuo voto aiuti una persona soltanto. E non sei tu.
16 aprile 2012
“Come stai?/È la frase d'esordio nel mondo che ho intorno/Tutto bene, ho una casa/e sto lavorando ogni giorno/Che cosa vuoi che scriva? Di cosa vuoi che canti?/Di com'è facile andare quando non sai guidare”(B.)
Ho le tonsille arrossate, la tosse, mal d'orecchio, una febbricola fastidiosa. Mi sembra una metafora della mia situazione emotivo-social-esistenziale: non voglio ingoiare alcunché - parole soprattutto -, mi procura dolore; non posso parlare, le frasi sono vischiose e catarrose, insomma sgradevoli; non ho equilibrio, perché quando fanno male le orecchie è quello il vero problema, fuor di metafora pure; c'è uno stato di infezione senza affezione che mi ha innescato l'altoforno e mi impedisce il contatto umano (che detta così, eh?).
Per il resto tutto bene, grazie.
Il chitarrista dal "giro di do indefesso" e il guanto senza dita da rockstar, d'estate e d'inverno, è sempre lì, davanti al bar ideale. Sembra felice, forse guadagna bene, forse al mio paese sono tutti chitarristi mancati. Forse il chitarrista è meno petulante della piccola fiammiferaia.
Sul treno per Milano il capotreno ha chiesto via altoparlante un medico - "c'è un medico a bordo?" - e poi non ci ha detto com'è andata a finire. Era il 10 marzo, io mi chiedo ancora come è andata a finire. Non si fa così, non si crea ansia così. La prossima volta rispondo all'appello, non posso rivivere una situazione del genere. E poi in borsa ho sempre un antinfiammatorio, magari serve.
Il pazzo del villaggio fa la pennichella dal barbiere. Il barbiere è un po' freddo con me, io con lui. Non siamo mai stati molto intimi ovviamente (eh), ma qualcosa è cambiato.
I venditori ambulanti color cioccolato a latte (mettiamola così, politicamente corretta) dettano la moda per quel che riguarda gli ombrelli: l'anno scorso pois, quest'anno striscia basic. Grazie a loro - i marocchini - capisci chi è riuscito a non farsi fregare l'ombrello o l'ha dimenticato dal dottore. Ah, sono anche l'unico esempio di mercato perfetto: ombrelli appena piove, ventilatorini di plastica appena c'è l'afa, cani che abbaiano e si dimenano nella stagione dell'amore, ecc ecc.
Hanno rubato l'ombrello a una mia amica, che ha ricorso i ladri (due ragazzetti) al grido "ueh, io l'ho rubato e voi lo rubate a me?! il mondo va proprio a cazzo!". A me una bambina all'IKEA ha rubato una sediolina da bambina: si è appostata alla fine della cassa e mentre riempivo i sacchetti l'ha presa. L'ho guardata sconfortata e immobile andare via: io l'avrei usata per acquattarmi sul balcone e spiare la vecchietta di fronte, lei soltanto perché è nana (per ora). Fate voi, però anche per il mondo un po' a cazzo va.
Paracetamolo, dopo carbocisteina, benzodiazepina, antipiretico e timololo, è la nuova parola del mio vocabolario medico.
ora vado, permesso
28 febbraio 2012
"mi porto un dolore che sale/si ferma sulle ginocchia che tremano/e non arresta la corsa/ora è allo stomaco fegato vomito/in un attimo esplode e mi scoppia la testa" - cervicalgia
Non è vero che la Vita è quella cosa che passa mentre fai altro, come disse qualcuno. Esistono momenti in cui sei indaffaratissima - sorridi parli stringi mani curi piedi, discuti conteggi progetti appendi quadri - e cogli il senso dell'esistenza. A me capitava - quando ero studentessa - mentre stiravo, adesso mi accade dopo incontri di lavoro, di capirla. La Vita è pazienza. E', questa benedetta vita, un essere che per "sorridere" vuole tempo, cura, dialogo. Non cresce se non la nutri, non aumenta di peso come una persona ipotiroidea, non puoi ingannarla con cibo grasso o steroidi: devi fare tutto per bene, imboccarla con pesce di paranza. Come con un figlio, non devi chiederti quanto peserà il mese prossimo, cosa farà da grande, quali dolori ti darà, se è più bravo del suo compagno di banco: devi dare, alla tua di Vita, poi chissà. Devi proteggerla senza soffocarla, devi viziarla se puoi e quanto basta, offrirla a un altro ma soltanto in cambio di altra vita, devi perdonarla come si perdona qualcuno che sai non potrebbe ferirti di proposito.
e ogni vita è unica, come hai capito guardando le vostre librerie: la tua tutta colorata underground, la sua tutta einaudi prima edizione
14 febbraio 2012
Quando si "sente l'America": parole d'amore e di piacere. Io sono romantica - San Valentino
Gli innamorati si amano, ma ’è difficile capire cos’è questo sentimento.
In un film del 2004 – “A+R” – una deliziosa Vanessa Incontrada recita: “l’amore non esiste, per questo lo facciamo”.
Diciamo, per amore di precisione e di empirismo, che gli innamorati sono quella categoria umana che fa all’amore.
Come si attua un amplesso è una nozione più o meno nota a tutti, è
una questione di incastri e di posizioni, le quali nel numero sono
inversamente proporzionali agli acciacchi dell’età. Questo per quel che
riguarda lo “scopare” nel senso etimologico (scopeo = guardo).
Anche gli altri sensi sono coinvolti nella pratica amorosa:
l’olfatto, pure se frasi “adoro l’odore della tua pelle” sono, per me,
poco credibili: troppo new age e dovrebbe bastare un odore di pulito (e
nemmeno sempre, volendo). Poi c’è il gusto, ma anche sul coinvolgimento
di questo senso ho qualche perplessità. Poi abbiamo il tatto su cui c’è
poco da dire, e l’udito.
Tutti, anche i sordomuti, emettono qualche rumore e percepiscono le
vibrazioni di un’emissione vocale. Anche nella persona più silenziosa il
respiro si fa più frequente quando sta per raggiungere il piacere.
Tutto dipende dal sistema nervoso simpatico, che regola gli organi
involontari, quelli della respirazione. Quando stiamo per provare un
profondo piacere grazie al nostro amato, simpaticamente i
nostri polmoni si contraggono e dilatano più velocemente, il battito
cardiaco aumenta per l’iperossigenazione, il sangue irrora i corpi
spugnosi, noi ci dimeniamo più che possiamo. Tutto questo ambaradan non può che farci affannare e come nessun corridore riesce a farlo silenziosamente, nemmeno gli amanti ne sono capaci.
Il gemere è la categoria non censurabile nella gamma di suoni dell’ammòre.
C’e’ poi la vocalizzazione, ossia l’emissione di suoni non
articolati: gli “aaaahh, oooohh, uuuuhhh”, che forse sono involontari,
ma che io sospetto propri di persone con poca fantasia.
La categoria più importante, diffusa (anche escludendo l’universo del
sesso telefonico), divertente è quella della verbalizzazione, ossia la
pronuncia di parole di senso compiuto, articolate a volte in frasi
specifiche.
La verbalizzazione ha tre sottocategorie.
Parole sporche: parole che fuori contesto
orizzontale possono non essere sconce (es. venire, ingoiare ecc); altre
riferite a parti specifiche del corpo e ad azioni non lesive (o non
troppo) dirette a quella parte, tipo mordere, aprire.
La lunghezza dei termini di questa classe che chiamiamo “sporca” varia a
seconda della radice linguistica: nei paesi anglosassoni sono
solitamente monosillabi (ass, piss, cunt ecc.), nei paesi in cui si
studia il latino obbligatoriamente è facile trovarsi ad ascoltare frasi
tipo “mi fai un cunnilingus?”. Anche dalle nostre parti si ama la
sintesi, quando usiamo espressioni di implorazione che ricordano le
giaculatorie: ripetiamo con fervore la preghiera breve “siiiì siiiì”.
Può anche capitare di sentirsi dire ciò che sta accadendo, ossia di
ascoltare l’altro rammentarci l’evidenza con un “sto venendo”, perché
per alcuni il dire l’atto in atto è godimento.
In passato (passato passato) erano gli uomini a guidare la partita dello scarabeo zozzo,
ora c’e’ una bella sfida tra i sessi. Oggi le donne per indicare il
proprio organo usano meno tessere che se scrivessero “farfallina”, ma
fanno più punti.
Il problema delle parole sconce non è la qualità, ma l’opportunità:
bisogna sapere quando dirle, altrimenti si diventa volgari e si potrebbe
avere l’effetto opposto a quello sulfureo. E’ stato rilevato che anche
sottrarsi al linguaggio sporco può spegnere il fuoco, quindi non si può
rispondere a un “cosa mi stai facendo?” con un “ti tocco il biscottino”,
è quasi illegale.
Piace il turpiloquio secondo alcuni perché ricorda l’adolescenza, quando
leggere – sui muri, sui giornaletti – portava all’eccitazione per un
mondo sconosciuto. Per altri specialisti utilizzare parolacce durante il
coito con la persona amata porta piacere semplicemente perché si
trasgredisce dall’amore puro.
Parole d’amore: sono importanti, anche quando sono
mixate con quelle scurrili. Soprattutto le donne provano piacere a
sentirsi dire che sono belle, uniche e insostituibili in quel preciso
momento. Queste manifestazioni di affetto sono richieste soprattutto
nella fase intermedia del rapporto – il plaetau – quando ci si
occupa di mantenere l’eccitazione, prima della risoluzione e dopo la
stimolazione. Anche gli uomini hanno bisogno di coccole sonore: adorano
sentire il proprio nome di battesimo durante l’orgasmo (quindi, donne,
prima di fare l’amore, come un mantra silenzioso dite: “Antonio Antonio
Antonio”) e gli piace proferire parole di sapore infantile tipo “bimba
mia, piccola”, quasi a voler tornare a un’età senza ansie con la propria
compagna.
Parole guida: secondo un luogo comune sono una
prerogativa della donna che cerca di indirizzare l’uomo verso gli
infiniti e reconditi punti sensibili del proprio corpo. Qui ci vuole una
parentesi filmica: chi ricorda “tutti giù per terra”? C’ è uno spaesato
Mastandrea che non solo desidera un nome più semplice per il clitoride,
ma anche una mappa per trovarlo. Gli uomini non amano ascoltare queste
donne TOM TOM – “gira a destra”, “altri dieci centimetri più su” -, ma
vogliono dirle, soprattutto quando gli si pratica la fellatio, quasi a
volersi tener stretto l’ultimo scampolo di controllo.
Esistono poi parole guida alle quali nessun genere sessuale deve
rinunciare, quelle del disagio (quando sono cosi’ saggia mi odio). Se
qualcosa ci imbarazza o ci fa male, bisogna parlare: il sesso si fa in
due, ma se uno solo soffre non vale.
Aggiungiamo una categoria di parole suscettibili di fraintendimento, tipo “no” con la o allargata o “oddio”. Nel primo caso non si vuol fermare alcunché, ma trattenere una sensazione sublime che scivola via. Per quel che riguarda “oddio”
e simili, non si sta bestemmiando piuttosto si sta manifestando un
personale collegamento alla trascendenza dell’amore nell’accezione
divina”. Si dice. Anche frasi tipo “mamma mia” non devono farci temere complessi di Edipo che si stanno risolvendo in quel momento.
Il respiro, la vocalizzazione, la verbalizzazione, anche se di
matrice diversa, hanno l’effetto secondario (primo: eccitare)
di“rassicurare”, il pensiero che ne scaturisce è: lui/lei c’ è e sta
bene (per alcuni “evviva, questa respira”).
E se c’è silenzio? Se si vuole il silenzio? Potrebbe non esserci nulla
di male, ma si potrebbe incorrere nel dubbio “sta pensando a un
altro/a?”. Può accadere che venga chiesto a un partner di non parlare
perché interferirebbe con il rapporto fantasioso e parallelo che si sta
avendo nella propria mente con una persona diversa. Lo sostengono alcuni
psicologi e molti fidanzati paranoici.
Tra i rumori che accompagno il fare all’amore si può contemplare la musica.
Alcuni studi affermano che la colonna sonora preferita sia la musica
rock, per il ritmo incalzante, gli assoli di chitarra perforanti, i
bassi cavalcanti. La chitarra può essere vista come un simbolo fallico
per la tastiera o come una donna per la cassa armonica. Ciò che un
batterista possa fare con “quelle bacchette”, la percussione in sé,
possono essere erotizzanti. Oggi, credo, sia preferita la musica dubb.
Una vecchia scuola sempre in voga preferisce il jazz, per la scivolosità
dei fiati (per la metodologia del suonarli), per l’imprevedibilità dei
pezzi. I tanghi, le milonghe, le bossanove stanno prendendo piede. Non
immagino qualcosa di sensuale con una sonata di Mozart, ma vai a sapere.
La letteratura italiana non erotica o esplicitamente provocatoria
(cfr Aldo Busi) si è mai occupata dei suoni dell’amore? Ebbene sì:
penne quali quelle di Goffredo Parise ne “Il fidanzamento, di Domenico Rea in Ninfa plebea, di Cesare Pavese in Lotte di giovani e di Alberto Arbasino in Le piccole vacanze hanno descritto rantoli con estrema perizia.
La filmografia dopo gli anni ’60 si è sdoganata, anche in film di
autore è possibile sentire (oltre che vedere, ovviamente) le parole del
sesso: gli unici film che danno una pessima versione della musicalità
erotica sono gli hard core, dove ci si accoppia davvero però si
mistificano le “battute”.
Dopo tutto questo excursus sulle parole del fare all’amore, molte
donne potranno fingere senza essere scoperte, molti uomini vivranno ogni
rapporto con l’ansia che lei stia simulando, molti lui chiederanno a
lui a chi sta pensando e lei a lei di risparmiare lettere allo scarabeo
talamico.
(Ovviamente io sono illibata).
[un particolare ringraziamento a Luciano Spadanuda, autore del libro “L’urlo del piacere”, Coniglio editore]
| inviato da quartadicopertina il 14/2/2012 alle 6:28 | |
31 gennaio 2012
"ti farò la guerra coi pastelli a cera, ti farò una guerra tutta colorata, come te la farò io la guerra non te l'avrà fatta nessun altro, oh come te la farò io la guerra..." (o.d.c.)
I rapporti umani sono difficili in generale, in amore, in amicizia, tra parenti, al lavoro, in case promiscue.
Pochi tipi di relazione ho capito, ma due mi sono ben chiari: compagni di casa fuori sede, collaboratori in piccolo ambiente lavorativo. Sono i più sfumati e acrobatici, necessitano di sensibilità e comprensione, di discrezione e chiarezza, di elasticità e trasformismo (mettersi nei panni altrui). Complicato.
Con coinquilini e collaboratori si passano tantissime ore, quasi più che con gli affetti; ci si vede al mattino sfatti, con il raffreddore e il giorno del compleanno, dopo un funerale. Da queste persone ci si aspetta qualcosa e nel contempo nulla di fondamentale. Ci si racconta tutto e niente, perché poi la vera confidenza la fai all'amico - eletto tale -; ci si preoccupa però c'è un limite - oserei quello "orario" - che ti fa smettere di farlo, ti trasla in altri pensieri; si può litigare ma con la maturità del limitare tutto a un tempo ridotto; per quanto "familiari", sono rapporti esclusivi, cioè esulano da essi le relazioni esterne che ciascuno ha (io con te, tu con me). I coinquilini e i collaboratori sono - nei rapporti umani - gli unici che parlano di "diritti" e doveri" reciproci, perché sono gli unici che quasi di certo hanno un contratto a fondamento (d'affitto o di lavoro); queste persone si incontreranno di sicuro, almeno una volta al mese, di fronte a bollette o fatture, conti da pagare o buste paga. Non è detto che amici parenti amanti debbano contare soldi. E qui viene fuori un'altra gamma di sentimenti come: il valore che si dà a se stessi (nel fare le pulizie in casa o nella propria prestazione), la gratitudine o il risentimento, la memoria e i sogni di ciascuno, la tristezza "che oggi a me, domani a te"; la propria scala di valori, diversi - perché non ci si è scelti, non ci si conosceva prima, si è imparato a capirsi perché tante ore ecc ecc -.
I coinquilini e i collaboratori sono le uniche persone con le quali ti auguri principalmente onestà (intellettuale) e rispetto (umano), di onestà (umana) e rispetto (intellettuale).
perché poi le guerre con i pastelli a cera, senza esclusione di colori, le fai con chi
26 gennaio 2012
Il lettore che vorrei
Non scrivo per professione, non sono una scrittrice e non voglio diventarlo, ma lavoro con I Libri. Ho curato un'antologia, faccio l'editor, ma non è scrivere. Sono anche stata una di quelli che - dopo il “parto”,
quando il figlio/libro è stato ripulito vestito allattato – lo porta a
passeggio. Per “mestiere” ho stabilito chi doveva averlo tra le mani, ho saputo chi
probabilmente l'avrebbe letto, cosa ne avrebbe forse pensato (ero molto mirata). Ogni singola scelta
di invi(t)o che facevo era una sorta di “moltiplicatore”: se il libro
piaceva e quel lettore putativo ne parlava, allora la stessa
copertina, le tot pagine, le bandelle, avrebbero avuto altre impronte digitali,
diverse da quelle a cui potevo dare un nome e un cognome.
Per questi miei mestieri, mi sono inventata un gioco, che faceva in
altra veste Fellini quando divenne fumettista per La Domenica del
Corriere: cerco di immaginare chi sarà a leggere i libri che ho curato o inviato
(quelli che sento più miei).
Il mio lettore ideale deve tenere il libro
con una sola mano, facendo combaciare le pagine dispari con le pari,
deve piegarlo su se stesso. Nell’altra mano deve avere una penna o una
matita, per lasciare tracce del proprio passaggio tra quelle pagine,
quasi fossero strade parigine libere ai writer. Mentre legge deve
distrarsi soltanto per raccogliere il segnalibro che ogni tanto
scivolerà via. Deve avere un segnalibro diverso per ogni romanzo, della
libreria in cui l’ha acquistato. I segnalibri carini deve collezionarli e
tenerli come reliquie. Se non ha il segnalibro deve avere
un’accortezza: fare l’“orecchietta” una volta nell’angolo in alto e
un’altra giù, affinché il libro non diventi cicciotto in modo deforme.
Deve, il lettore dei miei sogni, alla fine del viaggio di carta,
scrivere nome (il suo) data e luogo in cui ha flirtato con l’anima
papiresca. Se non gli è piaciuto non lo deve fare, no, perché i libri o
li ami o li disconosci (per molti ci vorrebbe l’oblio). Vorrei che
leggesse in ogni luogo, che plasmasse quasi le proprie abitudini per
farlo: superare l’imbarazzo della solitudine su una panchina, prendere
il treno e non l’aereo soltanto per sentirsi giustificato
nell’(in)attività del libro, comprare una borsa più grande per averlo
dietro sempre. Vorrei che il libro del mio lettore fosse sporco, avesse
odori e macchie dei luoghi in cui è stato portato: un viaggio
viaggiatore, ecco. Il proprietario non deve avere l’amore da clichè per
il profumo del volume intonso. Il mio lettore deve essere espressivo,
deve avere un viso con una bella mimica facciale, che ha il suo
trionfo proprio mentre legge: deve sorridere, corrucciarsi, dire quei
“no” sussurrati come a scuola mentre suggeriva all’amico interrogato.
Non deve arrivare mai ad avere libri sul comodino, e non perché li
finisce in una notte o legge soltanto bignami della narrativa, ma perché
si addormenta mentre legge. La mattina deve cercarlo sotto il letto, il
libro.
Il mio lettore deve contaminare il
libro. Con la propria immaginazione, con tre aggettivi per definirlo,
col dissenso e con la tolleranza. Deve osservarlo come si fa con un
nuovo amore, notando i piccoli particolari, le virgole di troppo, quelle
che avrebbe aggiunto, i punti che “ci sarebbero stati proprio bene”.
Quando ha tempo vorrei avesse il desiderio – e lo facesse per davvero –
di rileggere alcune pagine, i passi che ha sottolineato. Il mio lettore
pensa ancora un po’, qualche giorno, a ciò che ha letto. Lui guarda con
un occhio diverso ciò che lo circonda dopo ogni libro, chissà perché.
Ha una strana presunzione come di chi ha vissuto tanto, chissà percome.
Il mio lettore ideale legge perché non potrebbe fare altrimenti. E alla parola “fine” ha una dolce stanchezza.
“Uomini capaci di parlare di baseball
e di pugilato mentre parlavano di libri.
E parlare di libri come se ci fosse qualcosa in gioco.
Che non aprivano un libro per adorarlo
o per sentirsi nobilitati o per dimenticare il mondo che li circondava.
No, che “boxavano”col libro”
(Philip Roth – Ho sposato un comunista)
15 gennaio 2012
"Come parla! Come parla!" (Palombella Rossa)
Fino ai diciotto anni non ho potuto parlare il dialetto a casa. Così parli, così scriverai, era l'anatema della mia figura paterna inqualificabile, convinta che scrivere fosse un fine. E io non ho mai pronunciato parole dittongose del mio idioma regionale. Mi erano vietati anche termini come "mongoloide" "ricchione" "vagina" "pene" imene" e "vaffanculo". Eseguito, con una vaga gratitudine, anche questo ordine.
Quando sono andata a studiare in un'altra regione, ho continuato a non parlare l'"indialetto" (cfr Laura, mia compagna di banco per otto anni), perché necessitavo di una lingua comune per comunicare con gli altri studenti arrivati da altrove. La mia identità regionale, però, si è rafforzata, a differenza di quelli che assorbono in pochi mesi e miracolosamente l'accento del posto con i relativi intercalari, e addirittura mi sono commossa con Gigi D'Alessio a Sanremo e "un posto al sole" la sera a cena con altro Sud Italia.
Tardi ho iniziato a coltivare la mia lingua e ad avere curiosità per le altre (imparandole), della seria "si scamanì, sciamaninne" oppure "mona" o "scì scì" (sud, nord, centro). Ho mantenuto una buona dose di snobbismo linguistico borghese, ma ho fatto grandi progressi.
Ora non voglio intavolare una discussione sul valore dei dialetti, chiamando in causa Pasolini e Meneghello. No, voglio "segnalare" la mia ultima conoscenza lavorativa: T. F.
Ascoltarlo mi inorridisce, mi spaventa, mi rende violenta e impotente. Dice nel mio dialetto frasi di una veemenza urtante, anche se figurativamente molto efficaci: sono veri e propri schiaffi in piena faccia alla Lingua. Per lui - con le sue labbra strette, i denti assurdamente regolari - tutto è una minaccia: t'taglian' 'e cosc', t'scparan in cap'; la lotta di classe diventa un simm'stat violentat da chill co 'o msson' (i dipendenti dello Stato contro i liberi professionisti/commercianti), l'amore è 'na panz annanz' (uomo legato a una donna dal suo stato di "pregnant")
Non lo so, veramente non lo so, se le stesse frasi dette in un italiano corretto avrebbero lo stesso cattivo odore. Non so se altre perifrasi per gli stessi concetti renderebbero lui una persona più sopportabile, anche se dette sempre in napoletano. Non so se l'uso delle mani - sì sì - possa essere quasi preferibile ai suoi sproloqui. Inizio a pensare che quest'uomo sia un terribile sposalizio tra cattivo linguaggio e malanimo. Il suo modo di pensare è il suo modo di parlare, e viceversa. A qualsiasi traduzione lui preferirebbe perdere la parola, mi sa.
E io lo prenderei realmente a calci all'altezza delle rotule, gli griderei "cazzo, vaffanculo, merda: smettila!", gli sussurrerei "'a vit' nun è a chiavic' che vir' tu" (la vita non è la latrina che vedi con i tuoi occhi), dito indice sulle lebbra e con espressione di preghiera, spererei di farlo tacere. Lo obbligherei a farmi recitare una poesia di Magrelli.
Continuo a sopportare le parole di questo personaggio, comunque. In silenzio, pensando alla lista della spesa.
chi parla male, pensa male. E vive male (N. M.)
14 dicembre 2011
"Non sono che un povero negro, ma nel Signore io credo, e so che tiene d'accanto anche i negri che hanno pianto" (1968 - Fausto Leali)
Firenze, 13 dicembre 2011: (Adnkronos/Ign) - killer uccide due immigrati e ne ferisce altri tre.
La strage di ieri mi ha lasciata interdetta per le modalità più che per le vittime e l'artefice. E' stata fatta un'esecuzione a piazza Dalmazia (proprio in un'agorà che prende il nome da un altro territorio problematico): un'esecuzione - ehi -, non una macchina-bomba, un proiettile vagante, uno scontro consapevole. Sapete cosa vuol dire? Che quei due uomini hanno capito, percepito, guardato la propria morte. Cioè, queste due persone sapevano di star morendo, hanno assistito alla propria condanna, hanno vissuto i minuti (gli ultimi) che li separavano dalla morte. Gli attimi che impiega un proiettile per giungere al cuore quanti sono? Dipende dalla distanza?
Il carnefice nazista e folle, le vittime "di colore". Il neonazista aveva capito cosa significava essere nazista? perché - e scusate l'irriverenza - essere nazisti era ben altro "in nuce" che xenofobia, e se si odiava qualcuno il suo aspetto era una scusante. Non sto qui a raccontare del potere ebreo, perché non giustifica alcunché comunque e tutti lo sanno. Poi, la follia: il 20% della popolazione italiana prende benzodiazepine, ha parlato almeno una volta con uno psicologo, ha varcato la soglia di un consultorio. Il signore rubicondo e all'altromondo (spero pistola lontana dal cuore), no. Più che la Cultura del Diverso dobbiamo sponsorizzare quella "dell'analista".
Le vittime: non sono un'amante estetica dei neri, non mi piacciono le mani "effetto ringo", la lingua che sembra troppo rosa, gli occhi sempre un po' congestionati, l'odore della pelle speziato. Non ce la faccio più a dire che i fazzoletti li ho, i calzini li ho, gli occhiali li ho, il fermacapelli lo ho. Ma. Alleno il mio francese e il mio inglese con questi ragazzi, auguro a loro sempre un letto morbido in cui dormire - anche soltanto quello, e due fette di salame -, non mi importa se oggi sono loro gli ambulanti e ieri erano i miei conterranei: la fame non conosce DNA. Mi commuovo con "il colore viola" e definisco i neri: negri, senza sentirmi politicamente scorretta. Non faccio retrospettive sulle migrazioni degli italiani per decidere che la Lega è assurda. Il lavoro lo vorrei prima per mia sorella e la mia colf Laura poi per una sbarcatadalgommone e non me ne vergogno. Sempre che mia sorella sia pronta a tutto e Laura resti dolce come adesso.
Insomma, di ieri non sopporto, non accetto, mi raggela lo spazio temporale che i due negri - che fanno un lavoro che mia sorella non farebbe, che pregano in francese con le mani bicolore giunte, senza letto e tanti calzini non loro, emigrati là e immigrati qua - hanno vissuto sapendo che.
spero che l'arma sia stata vicinissima al loro cuore
13 dicembre 2011
"Rivederti è pleonastico, magari per un tè/dondolarci utopistici in un sogno démodé/T'ho incontrata domani per dirti cosa non saprei/mi sembravi fantastica, ora non ci giurerei/Ma che razza di flirt/E sul tema del flirt eccessivo fu il sax" (S.C.)
Esistono delle giornate nella vita di ognuno in cui il Passato viene addosso come un elastico teso teso e lasciato all'improvviso - tac - e prende dritto in fronte. E viene da ridere.
Pensi: perché oggi non do a Ieri lo stesso significato che gli davo ieri? Per quale motivo ne faccio ironia come se nulla fosse? Come mai il mondo di questa persona fa capolino nel mio proprio oggi, dopo 1200 circa (a numeri rende bene) giorni di assoluto oblio, con eccezioni premestruali?
Poi passi, se hai un po' di fantasia, ai Massimi Sistemi e ti domandi: due individui mi parlano della stessa persona, pirandellianamente in modo diverso: e ora?; si usa ancora l'espressione "è una in gamba" dopo il trentesimo gentiliaco alle soglie del 3000 d.c.?; l' ironia - in generale - può sembrare altro o è lampante che si ride di questo pianeta che ruota e si rivoluziona chissà quante volte mentre dormiamo, ma resta comunque piccolo come una palla da ping pong, di quelle che perdi o schiacci o ci disegni occhi e bocca per farne pupazzetti? E' giusto, se non si è Paolo Conte o gli Eva mon Amour continuare a voler strimpellare pubblicamente retribuiti magari? "Giusto" per chi ascolta, intendo. Quindi euclidei (distanza): ma sono veramente importanti la lunghezza del curriculum e quella del pene? Se sì, misurate tutto in "pollici", rendono di più.
Infine ti guardi l'ombelico e socratica ti chiedi: io, tra i mille impegni, seria o dissacrante, stamattina affettuosamente legata al ricordo e stasera "schiattata in corpo" (invidiosa?), quante pedalate devo fare sulla mia bicicletta atala per far capire che sono lontana abbastanza da riderne e sufficientemente vicina da riderne?
intanto canticchio:
"Ora pranzo da solo in un lurido snack
un cretino mi dice "Dottore il caffè"
tra un panino e un frappè"
pirandello
sergio caputo
ex
| inviato da quartadicopertina il 13/12/2011 alle 19:11 | |
8 novembre 2011
Elementi - senza filtro
Fuoco. Lavoravo in un ristorante all'università. Quel giorno avevo fatto tardi, spensi la sigaretta e svuotai il posacenere nel cestino delle carte, uscii rapida. Mentre ero per strada una compagna di casa mi chiamò e mi chiese "hai acceso un incenso in camera? - ... - Be', allora sta andando tutto a fuoco". Oggi sospetto che non fu un caso, non fu sbadataggine di passaggio. Sono stata una piromane. Meglio: anelavo a un rogo di streghe. Per il resto col fuoco ho un buon rapporto: mi accende le sigarette, mi assopisce se è nel camino e allegria se è in spiaggia, porta a ebollizione la mia caffettiera.
Aria. Più che al cuore, pongo attenzione ai miei polmoni. Li maltratto, sì, ma ciò a cui faccio più caso è alla loro capacità di ingerire aria. Calibro la mia salute dalla "fame d'aria", dalla quantità di sbadigli, dalla presenza di apnee notturne, dalla resistenza quando nuoto. Poi associo l'aria agli odori e gli odori al Tempo e ai Tempi: profumo nell'aria di Natale, d'estate, di pioggia, di scirocco, di declino (smog, immondizia), di futilità (dopobarba vari), di mia madre, di Napoli, di Siena. Per concludere: il mio è un segno zodiacale d'aria, per quel che conta.
Terra Il pensiero della Terra che gira, come viene descritto nel libro "Microcosmi" di Magris, mi appanica. La terra che si muove (il terremoto) mi stranisce, ma non quanto l'idea di un pianeta che gira e io ci sto su. La terra - che sia sabbia o terriccio - mi piace. Adoro sporcarmi di terra, mi diverte pasticciarci, scavare e riempire, indurire e poi distruggere. Con il "suolo" ho poi una sorte di rito di iniziazione: ogni mia Storia d'amore ricorda una terribilmente comica attrazione: sono sempre caduta, inciampata proprio, almeno una volta, davanti a un mio fidanzato. Mi sono sempre rialzata, eh. E non mi sento mai "mancare la terra da sotto i piedi".
Acqua Bevo molto, acqua. Mi lavo quanto basta, come si dice in cucina. Chiudo il rubinetto mentre spazzolo i denti. Presa da una malsana smania di pulizia, una volta ho smontato il filtro della lavatrice. L'ho pulito e l'ho rimontato, al contrario. Il lavaggio seguente ha fatto diventare la casa un lago. L'acqua era ovunque, anche al piano di sotto. Sembravano non bastare i secchi, la palette, le energie, le stanze, e mi ci son messa anche io con le lacrime. Venerdì 4 novembre ero in auto, pioveva e ascoltavo la radio: ho sentito dell'alluvione Genova. Ho ripensato a Sarno e Firenze (ne "La meglio gioventù"). Mi sono riproposta di leggere nuovamente "Malacqua" di Pugliese. Ho ricordato quel giorno della lavatrice rotta. Ho sorriso amara di me, dei miei 100mq di acqua al ginocchio, nell'afa estiva.
solidale con le 608676 persone, con i loro 243,56 km² di acqua alta due metri, sotto la pioggia
se può servire, ma non può
| inviato da quartadicopertina il 8/11/2011 alle 19:35 | |
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